recensioni

Clemens Meyer, Eravamo dei grandissimi

Luigi Forte, Tra pugni, furtarelli e droga crescono i bulli disperati di Lipsia. La generazione dell’89 allo sbando dopo la riunificazione, una danza senza futuro sulle macerie dell’ex Germania Est, Tuttolibri, La Stampa del 10 dicembre 2016:

Aveva appena dodici anni Clemens Meyer quando cadde il Muro di Berlino, più o meno come Dani, Rico, Mark, Walter il piccoletto, Stefan detto Pitbull, e altri come Paul e Thilo Etilico, gli adolescenti protagonisti del suo romanzo d’esordio Eravamo dei grandissimi, pubblicato nel 2007 e ora proposto da Keller editore nell’ottima versione di Roberta Gado e Riccardo Cravero. […] La straordinaria scrittura di Meyer, i suoi dialoghi dal ritmo incalzante, i personaggi immersi nel torpore quotidiano coinvolgono il lettore in un’avventura febbrile.

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Urs Widmer, Il sifone blu

Luigi Forte, La macchina del tempo è nel cinema – Widmer, il maggiore scrittore elvetico con Dürrenmatt e Frisch, Tuttolibri 9/01, La Stampa dell’8 gennaio 2016:

Nella favola per adulti dello scrittore svizzero Urs Widmer, Il sifone blu del 1992, edito ora da Keller nella bella versione di Roberta Gado, il protagonista, ribaltato in anni lontani, va incontro a bizzarri eventi. […] È di una fluente semplicità la prosa di Widmer, accarezza le cose e i giorni con dolcezza infinita, disegna gustose silhouette del passato […] aggrega luoghi e tempo, ridisegna volti e rianima sensazioni. Widmer usa la bacchetta magica della scrittura in uno spazio sottratto alla nostalgia. Non è il ricordo che lo affascina ma il gioco fiabesco di anni che s’intersecano unendo vivi e morti nel breve sospiro delle parole.

Fulvio Panzeri, Widmer, Tempi incrociati sull’Avvenire del 23 gennaio 2016:

La sua opera si pone come continua ricerca della verità, che corrisponde a un attraversamento del tema dell’identità, propria e del mondo che lo circonda. Ora arriva finalmente una delle sue opere maggiori, nella traduzione italiana di Roberta Gado, assai bella nel rendere dal vivo quel linguaggio e quella struttura romanzesca sempre innovativa che in Widmer porta il realismo sul piano di una visionarietà sviluppata in destrutturazione dei piani temporali, per meglio esaltare i caratteri e le ambiguità, gli aspetti surreali e a volte ironici di quell’identità di cui l’autore va alla ricerca.

Emma Fiore, La favola di Urs Widmer conquista il bambino che c’è in noi, Corriere del Ticino de 27 gennaio 2016:

A chi conosce i magnifici testi di Urs Widmer, tutto questo non è nuovo, lo è piuttosto per chi per la prima volta si appresta a leggerlo in italiano nella traduzione di Roberta Gado per l’editore Keller. Riscontrerà infatti una vivacità linguistica quasi ardita, un ritmo fresco e incalzante, a tratti dolce e avvolgente come una coperta nella quale mettersi al caldo e al riparo.

Goffredo Fofi, Bambini nel tempo, su Internazionale del 12 febbraio 2016:

Con che grazia, con che abilità Widmer compie questo viaggio all’indietro, invogliando il lettore a un suo personale viaggio, a un ritorno nei suoi ieri lontani. Chi torna bambino conosce però il futuro: “Tutti gli indovini non sono altro che dei reduci”. E il futuro non è allegro: “Vinceremo la guerra. Hitler morirà e milioni d’altri con lui”. Forse, il libro a cui questo fa più pensare è un Alice nel paese delle meraviglie filtrato daProust, da Buñuel, da Delmore Schwartz, e con un lieve filo di fantascienza anni cinquanta. Il sifone blu è un piccolo gioiello iniziatico, tanto divertente quanto inquietante.

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Ulrich Becher, Caccia alla marmotta

Paolo Rumiz, La macchina del male,  su Repubblica del 28 aprile 2012

È al suo esordio, ha appena 23 anni, e già i nazisti a Berlino mandano al rogo il suo primo libro, Gli uomini sbagliano, punito come esempio di letteratura “degenerata”. È il 1933, e subito, il giorno dopo l’ incendio del Reichstag, gli tocca fuggire per trovar rifugio a Vienna. Ma l’ Austria sarà per lui rifugio effimero, perché con l’ Anschluss dovrà scappare di nuovo: in Svizzera, poi in Brasile, Portogallo e Stati Uniti. Comincia così la carriera letteraria di un uomo in fuga, Ulrich Becher, grande drammaturgo e romanziere tedesco nato nel 1910, tra i pochi “ariani” la cui opera viene data alle fiamme nei giorni della Notte dei cristalli, quando la Germania perde la libertà. Di Becher esce ora in Italia, per la Dalai editore nell’ottima traduzione di Roberta Gado, l’opera capitale: Murmeljagd, Caccia alla marmotta, uscita in Germania nel 1969 e da poco ripubblicata in versione originale nel suo Paese per il centenario della nascita dell’ autore. Un libro tormentato, pieno di rimandi e flash back, in cui egli tenta di raccontare su se stesso, sulla psiche di un oppositore del regime, la “giustificata fobia”, la diffidenza fra uomoe uomo, cresciuta nell’ epoca del nazismoe che ancora, a guerra finita, continua – egli scrive al fratello Rolf nel 1958 – ad autoalimentarsi con la «forza propulsiva di un missile intercontinentale».

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Leo Tuor, Caccia allo stambecco con Wittgenstein

Andrea Bianchetti, recensione trasmessa a Il Segnalibro (Rete Due Svizzera) il 1° agosto 2014 e ascoltabile qui in podcast

Claudio Morandini, splendido articolo sulla rivista FuoriAsse, n° 12:

(…) Per questo ho atteso con grande curiosità l’uscita in italiano del nuovo libro di Tuor, “Caccia allo stambecco con Wittgenstein”, pubblicato sempre da Casagrande nella brillante traduzione di Roberta Gado nella collana “Alfabeti”. Il libro (chiamiamolo pure romanzo anche questo, se volete, e se avete fiducia nella capacità del romanzo come genere di accogliere ogni forma, di adattarsi a ogni altro genere) racconta quello che è enunciato nel titolo: una caccia allo stambecco,
scandita giorno dopo giorno, con ironico rimando ai giorni della creazione secondo la Genesi (“Tramonta il sole. Viene blu, viene torbido, viene notte:
il secondo giorno”. “Viene umido, viene freddo, sempre più umido e sempre più freddo: il sesto giorno”). (… Seguono altre righe molto belle!)

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Arno Camenisch

Il Gioco del mondo di Arno Camenisch (lunga intervista in italiano, da non perdere!)

Trasmissione di RSI Un libro per l’estate sull’intera trilogia grigionese: ascoltala

Intervista in italiano trasmessa da Rete Due in occasione della presenza dell’autore a PiazzaParola (Lugano), 5 settembre 2014: ascoltala

Sez Ner

Luca Consonni su Lankelot:

Sez Ner è semplicemente un’opera maiuscola nella sua versione originale in tedesco e romancio (pur non conoscendo le due lingue in questione non ho dubbi al riguardo) e oggi nella sua splendida traduzione in italiano curata da Roberta Gado Wiener.

Ampia, bella intervista dello stesso autore ad Arno Camenisch: http://www.lankelot.eu/letteratura/camenisch-arno-intervista-ad-arno-camenisch.html

Sez Ner, romanzo dello scrittore svizzero Arno Camenisch, è stata una, se non l’unica, delle migliori rivelazioni letterarie del mio 2010 e per questo motivo ho deciso di rivolgere alcune domande al giovane autore svizzero, resosi subito disponibile a questo confronto. Fondamentale per la buona riuscita di questa intervista è stata l’opera di traduzione di Roberta Gado, già traduttrice di Sez Ner. Ad Arno e Roberta va tutto il mio sincero ringraziamento.

Roberta Deambrosi, I pascoli del disincanto ai piedi del Sez Ner

Ghania Adamo, La Svizzera fuori dall’ordinario di Arno Camenisch

Dietro la stazione

Goffredo Fofi, Cronaca romancia su Internazionale

Dobbiamo all’editore Keller di Rovereto molte buone scoperte, e ora anche questo gioiello di uno scrittore dei Grigioni, piccola patria appartata e montana che confina con la nostra e che la nostra ignora. Vi si parla il romancio, e Camenisch, 35 anni, scrive in un tedesco misto di romancio, tradotto genialmente in un italiano misto di tedesco e romancio da Roberta Gado.

Andrea Bajani sulla Domenica del Sole 24 Ore (14 luglio 2013):

[…] il romanzo breve dello svizzero Arno Camenisch, Dietro la stazione (nell’eccellente traduzione di Roberta Gado), è emblematico. Arno Camenisch è nato a Tavanasa, nei Grigioni, e vive lì scrivendo libri in tedesco e romancio sursilvano. Ha 36 anni, essendo nato nel 1978, e ha esordito con un libro “Sez Ner” (pubblicato in Italia da Casagrande nel 2010) che ha ricevuto molti premi tra cui il Premio Schiller ZKB, il più antico e prestigioso riconoscimento letterario svizzero. Quello che fa Arno Camenisch è proprio questo lavoro percettivo, questo recupero del sentimento del tempo da parte di chi, gene razionalmente, ne è rimasto in qualche modo fuori. “Sez Ner” era ambientato tra le montagne svizzere, in un microcosmo d’alpeggio, tra pascoli, bovari, porcari, contadini. In quel contesto, in cui la tradizione non ha nulla di glamour ma è l’unica, a volte sfinente, modalità di abitare l’esistenza da parte di ciascuno.

Dario Pappalardo su Repubblica del 28 luglio 2013:

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Il titolo del film di Kim Ki-duk potrebbe adattarsi bene a questo romanzo breve di Arno Camenisch. Nato (nel 1978) in una comunità svizzera dei Grigioni, l’autore descrive in Dietro la stazione (Keller) un piccolo mondo, in parte rimasto antico, dove le tradizioni, il lavoro, i giochi sono quelli di sempre. E così la caccia al cervo, i conigli da accudire in gabbia, i punch e le sigarette alla locanda Helvetia, gli sci, le corse sulla neve e il lago che si ghiaccia. Un anno in un villaggio che conta a stento quaranta anime viene raccontato attraverso gli occhi di un ragazzino che con suo fratello vivrà la vita che hanno vissuto altri prima di lui e che altri, forse, vivranno ancora. Tra divertimenti e piccole meschinità, prende vita l’epica minima di un mondo raccontato in una lingua che sa di parlato. Camenisch scrive in romancio, idioma praticato oggi da 30mila persone, impastandolo con il tedesco. E per questo la traduzione di Roberta Gado è un’opera di riscrittura che salva suoni e giustapposizioni di lingua per restituire intatta la magia di un racconto da leggere e ascoltare ad alta voce.

Luigi Reitani sul Piccolo del 27 settembre 2013:

In questo contesto, qui brevemente riassunto, spicca per la sua originalità e freschezza una felice prova narrativa di Arno Camenisch, Dietro la stazione, tradotta con grande abilità da Roberta Gado, seconda parte di una trilogia ambientata nei Grigioni (dallo stesso editore è in arrivo la terza parte, Ustrinkata). È il racconto di un “piccolo mondo” nelle Alpi svizzere, dalla prospettiva di due ragazzi.  Nel villaggio ci sono sedici frigoriferi, venticinque case, otto fienili e quarantuno o quarantadue di abitanti.

Goffredo Fofi su Avvenire del 13 luglio 2013:

“Dietro la stazione” è un libro molto recente, fa parte di un trittico grigionese di cui è la seconda parte, la terza non è ancora uscita, la prima è stata tradotta per Casagrande dalla stessa geniale traduttrice della seconda, Roberta Gado, e si chiama “Sez Ner”, nome di un monte su cui passano le stagioni quattro squinternati pastori di animali diversi. La montagna è la vera protagonista, e gli uomini vi confrontano la loro estroversa e simpatica rozzezza con quella degli animali, come in fondo accade anche nel romanzo di Noëlle Revaz, il primo di questa scrittrice della Svizzera francofona, cantone di Vaud, a venir tradotto in italiano (nell’originale “Rapport aux bêtes”, nell’edizione italiana “Cuore di bestia”).

Anime grigionesi su Cooperazione dell’8 luglio 2014:

È bella la prosa di Arno Camenisch, poeta, drammaturgo, narratore, classe 1978, pluri premiato e tradotto autore della Trilogia dei Grigioni, luogo in cui è nato e di cui ci racconta anche in Dietro la stazione (ed. Keller). Località reale o immaginaria è il piccolo villaggio di montagna dove è ambientata la storia, popolata da una quarantina di anime, più un discreto e variegato numero di animali. Microavvenimenti, forti, drammatici, ironici e crudeli si alternano nel centinaio di pagine tradotte da Roberta Gado, il cui ruolo è in questo caso fondamentale. Camenisch infatti propone un’ortografia modificata, suoni che sembrano lontani e stranieri e che piano diventano familiari, quasi fisici.

Scrive in romancio e in tedesco, ma tutto è una mescolanza, un ibrido tra la memoria del dialetto e la pulizia di forme lessicali conosciute.La traduttrice dosa gli ingredienti e permette all’italiano di cantare senza dimenticarsi però le altre lingue. Il risultato è sorprendente, plastico e sonoro, surreale e iperrealistico al contempo.

Tito Mantarro su Satisfiction il 23 aprile 2013:

E gli echi e la musicalità alpina del romancio si ritrovano tutti nella traduzione di Roberta Gado, che ha maneggiato una lingua confederata invertendo i pesi e riuscendo a mantenere l’atmosfera e il piacere della lettura. Uno non se l’aspetta così, la Svizzera.

Luca Rota, Arno Camenisch, “Dietro la stazione”, ampio contributo di cui riporto un breve stralcio:

Già non del tutto ordinaria è la gente del luogo, soprattutto per via di quella lingua antica – il romancio sursilvano – che è ancora parlata in piccole zone della Svizzera a volte pure come primo idioma, e al punto che alcuni dei più anziani indigeni faticano a capire il tedesco parlato dai connazionali. Lo stesso Camenisch scrive in romancio, e nell’ottima traduzione di Dietro la stazione Roberta Gado ha di frequente lasciato, qui e là nel testo, alcuni di questi strani termini sursilvani

Beatrice Tomasi su The Buzzing Page, contributo del 22 novembre 2014:

L’occasione è quella di parlare di un librino che ho a dir poco adorato, “Dietro la stazione” di Arno Camenisch. (…) “Dietro la stazione” è un libriccino da leggere tutto d’un fiato, e che sin dalle prime righe ti catapulta in un mondo completamente altro, dove però, allo stesso tempo, ogni cosa sa di intimo e di familiare. Si ha come l’impressione, infatti, che sia un libro le cui pagine potrebbero essere infinite: vi si narrano le storie di un paesino di 40 abitanti nel cantone dei Grigioni dal punto di vista di un bambino (di cui non sappiamo né il nome né l’età), e veniamo a conoscenza di un universo costellato da piccole cose, semplici ma straordinarie. Si sospira con l’alternarsi delle stagioni, si fa amicizia con gli strambi individui del villaggio, si sorride per le nuove scoperte dei bambini e per le loro avventure, si assapora la saggezza degli anziani, si corre per i prati, si guarda il cielo terso della montagna.  E già qui ciao, ma c’è anche di più: perché Arno Camenisch scrive in una lingua meravigliosa, un misto tra tedesco e romancio che la traduttrice Roberta Gado ha reso magistralmente.

Ultima sera

Paolo di Paolo, Un’altra birra quell’ultima sera in osteria, sull’Unità del 21 marzo 2014:

Camenisch, così come nel bellissimo Dietro la stazione, porta la sua letteratura nel punto più vicino alla voce umana, alle voci, alla loro grana, alla loro musica. Pagina dopo pagina, la prosa crepitante di Camenisch funziona come registratore dei discorsi all’osteria Helvezia nella notte da lupi.

Luigi Reitani, Sera grigia nei Grigioni, sul Sole 24 Ore del 4 maggio 2014:

Camenisch si serve nella sua narrazione di una sintassi paratattica, dal ritmo sincopato, e soprattutto di un raffinato impasto linguistico, in cui il tedesco parlato si intreccia a espressioni italiane e al romancio sursilvano. Per la bravissima traduttrice Roberta Gado si tratta di una sfida impegnativa, vinta cercando un italiano colloquiale con inserzioni di tedesco e francese, in una strategia di abile rovesciamento della tessitura idiomatica.

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Melinda Nadj Abonji, Come l’aria

Elisa Cianca su Flanerì:

L’opera è un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio intriso di nostalgia nel senso etimologico del termine (cioè “dolore del ritorno”), pagine e pagine dense e struggenti nella speranza di ritrovare immutato ciò che si è lasciato: «Il nostro Paese non deve cambiare mai».

Maria Elena Murdaca sull’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Fra Vojvodina e Svizzera, fra guerra e pace, fra passato e presente, fra status quo e cambiamento. Il dilemma dell’appartenenza e dell’identità applicati al contesto specifico dell’emigrazione balcanica in Svizzera. Un libro in cui chi sa cosa vuol dire “essere straniero” non può non riconoscersi. Il tutto condito dalla specificità balcanica: l’autrice, così come la protagonista, Ildikò Kocsis, è cresciuta in Svizzera ma ungherese di Vojvodina, la provincia autonoma creata da Tito all’interno della Serbia.

Il libro contiene immagini della vita in Vojvodina e quadri della Svizzera tedesca, dove la famiglia Kocsis è emigrata prima della dissoluzione della Jugoslavia. Gli avvenimenti storici più drammatici dei Balcani, dal fascismo, al comunismo alla guerra, fanno capolino a ogni pagina.

La lettura evoca l’alternanza di vecchie pellicole color nero di seppia che scorrono lentamente col sottofondo sonoro della pizza che sferraglia e foto svizzere digitali da sfogliare come slides di PowerPoint. […]

La prosa della Nadj Abonji è estremamente fluida, con periodi lunghi e cadenzati da frasi brevi. È l’uso quasi esclusivo delle coordinate che fa pensare ai fotogrammi di una pellicola o alle diapositive. È la prosa stessa, così incisiva, a suggerire l’idea di immagini affiancate l’una all’altra.

Ampia intervista di Alessia Liparoti su Affari italiani: Melinda Nadj Abonji, scrittrice-musicista, racconta il suo secondo romanzo e parla del suo rapporto con i Balcani

Erminio Fischetti su Fuori le mura:

«Quando finalmente arriviamo con la nostra macchina americana, una Chevrolet marrone scuro, cioccolato si potrebbe dire, il sole batte impietoso sulla città di provincia, ha divorato quasi del tutto le ombre delle case e degli alberi, è a mezzogiorno che arriviamo, allunghiamo il collo per vedere se c’è ancora tutto, se tutto è rimasto come l’estate scorsa e gli altri anni prima.» Questo splendido incipit di Come l’aria, secondo premiato romanzo della scrittrice serbo-ungherese naturalizzata svizzera Melinda Nadj Abonji, racchiude in sé tutta la natura di una storia che fa i conti fra le diverse identità di un’Europa in continuo mutamento, che vorrebbe essere ben ancorata alle sue identità e al suo passato, ma non può più farlo.

Ad Sidera sulla presentazione di Melinda Nadj Abonji a Pordenone Legge

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Jörg Juretzka, Maledetti hippie

Elena Cirioni su Ultima sigaretta

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Juli Zeh, Un semplice caso crudele

Vito Punzi, Ogni nuovo libro di Juli Zeh è un omaggio al disincanto di Musil

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Edgar Hilsenrath, Bronsky ricorda

Susanna Nirenstein su Repubblica dell’8 maggio 2010: L’odissea e lo sberleffo di un vecchio ebreo

Edgar Hilsenrath è un autore provocatorio, feroce, comico e dolente al tempo stesso.

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Mareike Krügel, Volevo sposare Cary Grant (in realtà: La figlia di mio padre)

Gianfranco Franchi su Lankelot:

Ecco invece la grande storia d’una cartomante avventuriera, Felizia, erede d’una macabra tradizione di famiglia (onoranze funebri), costretta sin da bambina a prendere atto della terribile normalità della fine della vita, e della semplicità di dire addio a tutto; non senza il sorriso di chi ha inteso che non c’è rimedio diverso dalla consapevolezza e dall’intensità dei sentimenti, non senza le esperienze belle, romantiche e stupide di chi incontra l’amore.

Volevo sposare Cary Grant è un romanzo di formazione toccante, divertente e profondo: nei primi capitoli sembra un giocattolo ludico e nero, una sorta di nuova incursione nel mondo delle donne occidentali contemporanee, sardonica e stravagante. Poco a poco, sale. E salendo insegna e ammonisce: ad amare, e a non dimenticare; ad ascoltare, e a osservare. A essere, non esistere, essere: e creare. Creare la propria vita come una piccola opera d’arte, pur consci della caducità e della precarietà di tutto.

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Markus Orths, Sala professori

Giuseppe Allegri sul Manifesto del 19 dicembre 2008:

Il nostro eroe è «l’insegnante di scuola superiore in preruolo Herr Kranich», ingabbiato in Sala professori, del 30-something tedesco Markus Orths, brillantemente tradotto da Roberta Gado Wiener una manciata di anni dopo il suo successo in Germania.

 

 

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